NINO ARICO'. GLI AMARI FRUTTI DEL COLONIALISMO


Ancor prima della scoperta delle Americhe Spagna e Portogallo si contendevano il controllo della costa atlantica dell'Africa e delle isole prospicienti e ricorsero al Papato che in nome dall' “Autorità derivante da Dio Onnipotente” poteva dirimere al meglio la questione. In questo contesto, nel 1943 al rientro di Colombo dalle Americhe, Papa Alessandro VI (noto come Papa Borgia) fu chiamato a decidere a chi competevano i diritti di colonizzare e sfruttare i territori noti e quelli ancora ignoti. Il Papato emise tre bolle dal 1493 al 1501 e alla fine tracciò lungo l'Atlantico, da nord a sud, una linea che assegnava alla Spagna le terre a occidente e al Portogallo le terre a oriente di tale linea; in queste bolle si affermava che la fede cattolica andava diffusa in ogni luogo, che i popoli pagani (non monoteisti) andavano vinti con le armi e poi convertiti alla vera fede: Si legittimava il moderno colonialismo internazionale. Facendo un salto in avanti, dal 1884 al 1885 si celebrò la Conferenza di Berlino (Conferenza del Congo o dell'Africa Occidentale) e le Potenze europee stabilirono la spartizione del Congo, la risoluzione della schiavitù che, per altro, non sortì alcun effetto, il principio che chi prima arriva su un territorio può vantare diritto di possesso. La spartizione dei territori africani fu fatta sulla base di una terribile violenza geografica e ideologica, seguendo le coordinate geografiche o il corso di un fiume o l'orografia, ma non tenendo conto delle caratteristiche storiche, culturali, antropologiche, economiche dei popoli che vi abitavano. Intere comunità vennero smembrate, altre, rivali da sempre, furono costretti a convivere scatenando così contrasti sanguinosi che stanno alla radice dei conflitti del nostro secolo. Un contributo alla corsa per la spartizione arrivò dal mondo intellettuale che fornì, grazie al razzismo pseudoscientifico suffragato da studi di biologia, genetica e antropologia, il pretesto, o meglio l'alibi, di fornire a quei popoli civilizzazione e conoscenza. In tempi molto vicini a noi si disse che si portava “si” la guerra in casa d'altri ma solo con il nobile fine di “esportare la democrazia”; e come diceva un famoso attore in un suo film: “finché c'è guerra c’è speranza”, ovviamente per i fabbricanti di cannoni e per le imprese che fanno affari più o meno puliti.


E dunque, mentre alcuni, su entrambi i versanti, si arricchiscono a dismisura, a noi popolo tocca ospitare quanti fuggono da carestia, povertà, guerre, attratti dall'effimera illusione di una vita migliore.
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