Erdogan ha definito nazista il governo tedesco, e non solo,
che vietava i comizi a favore del novello
Sultano; ma qual’ è il significante di tale termine oggi?
L'ideologia nazi-fascista si basava su un concetto cardine:
la superiorità biologica della razza ariana, ignorando più o meno volutamente
che non la razza ma la condizione sociale determina l’individuo. Nel linguaggio
contemporaneo invece il termine “nazifascismo” ha assunto un significato
polemico e spregiativo, travalicando il suo significato storico e politico; ci
si riferisce per lo più a un atteggiamento xenofobo, ovvero a un atteggiamento
dettato da una sorta di paura verso una ipotetica categoria sociologica che può
essere individuata in un gruppo etnico che esprime una cultura considerata
aliena. In tutta Europa i turchi con diritto di voto sono poco meno di tre
milioni e due terzi hanno votato a favore della riforma voluta da Erdogan; e
gli altri? Sono turchi di origine curda e turchi integrati nella società
europea e alcuni anche con notevole successo nel mondo dell'arte, della letteratura,
dell'imprenditoria e persino in politica, tant'è che alcuni parlamentari del
Governo tedesco sono di origine turca. Cosa ha convinto quei due terzi a votare
pro Erdogan? L'identità perduta, spesso generata da dinamiche sociali che
portano emarginazione e ghettizzazione; identità che Erdogan ha saputo orgogliosamente
rinverdire. Fatto sta che nel sentire comune al tradizionale concetto di
razzismo biologico si è affiancato un nuovo genere di razzismo: la
discriminante etnica che pervade non solo il privato cittadino ma anche
apparati istituzionali. In questo stesso contesto di dinamiche sociali trova
spiegazione la scelta di tanti giovani di pura etnia europea o discendenti di
ex sudditi coloniali che benché di seconda o terza generazione, nati, cresciuti
e scolarizzati in Paesi europei, scelgono il martirio. Dunque il discorso ha
prevalentemente una sua vertenza etnica e sociale che porta a emarginare persone
che non hanno accesso al benessere o che, quand'anche hanno accesso al
benessere, sentono di essere considerati “diversi” e “per sempre stranieri”, complice
la secolarizzazione dei costumi occidentali generata in buona parte da un
neoliberismo becero e darwiniano. Ne consegue che non poca responsabilità è da
ascrivere a una parte di comuni cittadini europei che, istigati da un
opportunistico populismo, fanno sentire la propria intolleranza, se non
disprezzo, ai tanti stranieri che “rubano il lavoro” , che colonizzano le
nostre piazze; quelle stesse piazze che un tempo erano luogo di ritrovo ,di
svago e di socializzazione per noi autoctoni e che abbiamo abbandonato in
tanti; alcuni per non mescolarci a questi “diversi”, spingendoli così a formare
rancorose comunità chiuse ,altri perché amano rifugiarsi nello spazio virtuale
e impersonale costruito dai social.