La fondazione di Atene a opera di Teseo, la fondazione di Roma, più che semplici luoghi dove vivere, furono fari di civiltà destinati a irradiarsi su tutte le terre allora conosciute; il mito dell’invulnerabilità di Achille o il mitico Pantheon olimpico: tutti miti scaturiti da personaggi o avvenimenti reali, poi romanzati, oppure frutto della pura fantasia creatrice dell’uomo. Tutti, indistintamente, hanno avuto un ruolo decisivo nel destino dei popoli, contribuendo a determinarne l’ethos.
Nel 1620 i calvinisti Padri Pellegrini, in fuga dall’Europa a bordo della Mayflower, si proponevano di erigere nel Nuovo Mondo l’evangelica “città sulla collina”: esseri perfetti, di provata fede puritana, riuniti in una comunità perfetta, testimonianza vivente dei dettami biblici così come essi li intendevano. Sulla falsa riga di un’arbitraria interpretazione di alcuni passi, ritenevano che tutto l’esistente fosse stato creato ed emanato da Dio a loro esclusiva disposizione, destinati a possedere, usare e governare il mondo. Loro, popolo prediletto da Dio, dunque destinato a primeggiare su tutti.
Il biblico Esodo non gode di dignità storiografica: archeologia e archeoantropologia non ne attestano la veridicità storica, eppure esso è stato la pietra miliare da cui ha preso forma l’identità di un popolo.
Molti esegeti di provata fede religiosa sostengono che la Bibbia sia un’opera ispirata; in realtà essa è infarcita di dati storici veritieri e di accadimenti fantastici volutamente intrisi di teologia. Eppure da essa sono germogliate culture fideistiche che propongono differenti, e quanto mai attuali, progetti di vita, in competizione tra loro per un effimero concetto di superiorità.
Mauro Biglino, che ha tradotto per le Suore Paoline la Bibbia dal testo masoretico (antica lingua ebraica), sostiene che in una traduzione letterale del testo non compaia mai il termine “Dio”.
Qual è dunque la funzione del mito? Aggrega gli individui, è l’humus da cui germogliano l’identità e i tratti escatologici di un popolo, ma anche l’ideologia che proclama tale popolo superiore ai limitrofi e, di conseguenza, legittima e giustifica azioni di supremazia: invasioni di territori altrui, stermini di massa, fino a spacciare tali azioni come opere civilizzatrici nei confronti di esseri ritenuti inferiori, con la protervia di imporre ad altri il proprio stile di vita come unico degno, perché ispirato dagli dèi o dal Dio dei rispettivi miti ancestrali.
Il mito ha partorito presso tutti i popoli la “tradizione”, che non è altro se non la sovrastruttura di precedenti strutture mitiche. Oggi le masse si accodano ai “difensori” di tali tradizioni, seppur dai tratti autocratici, acquisiti magari per presunto diritto divino, perché essi regalano senso di appartenenza, sicurezza, superiorità culturale e persino genetica a individui smarriti in un mondo fluido e complesso, di stampo darwiniano. Non si avvedono, però, di essere manipolati per una più efficace gestione del potere; ma nel tempo il sentimento popolare, vera chiave di volta degli eventi, finirà per travolgerli.
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